Intervista a Carlo Russo caposcorta di Giulio Andreotti durante il sequestro Moro

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Se per seguire tuo padre Carabiniere sei costretto a girare mezza Italia e vivi più le caserme della tua casa, è difficile volerne seguire le orme. Eppure questa è la storia di Carlo Russo 25 anni al servizio dell’Arma e a lungo caposcorta di Giulio Andreotti.

Nato a Sorrento all’inizio del 1944 mentre le truppe alleate sbarcavano a Napoli e il Vesuvio regalava l’ultima violenta eruzione, Russo resisté agli assalti del padre che in tutti i modi voleva dissuaderlo dall’ingresso nell’Arma. Ma la Sorrento di quegli anni offriva poche opportunità: o lavoravi sei mesi l’anno in un albergo o ti imbarcavi sulle navi della flotta Lauro.

Russo decise di arruolarsi, non sapendo di andare incontro alla stagione degli anni di piombo. L’avrebbe vissuta allo sbaraglio, tra il fuoco delle Brigate Rosse e l’inadeguatezza dello Stato.

Caposcorta di Andreotti. Una storia iniziata per caso.

Nel 1970 ero in servizio al Pronto Intervento della Legione Carabinieri di Roma. Fui trasferito al Ministero della Difesa per svolgere il servizio di scorta al ministro della difesa On. Tanassi. Avevo avuto modo di conoscere il ministro in occasione delle prime elezioni regionali: lo avevo accompagnato da Roma a Perugia per un comizio con un’autovettura del Pronto Intervento di Roma, assicurando con l’autista il servizio di staffetta. Rientrati a Roma, il ministro volle ringraziarci per il servizio svolto con una stretta di mano. Fatta la staffetta, avrà pensato qualche mio superiore, può fare anche la scorta. Dalla fine del 1970 al marzo 1974 ho quindi scortato l’onorevole Tanassi, con una breve parentesi in cui fu ministro della difesa l’onorevole Restivo. Gli uomini addetti alla scorta erano in tutto quattro, due per turno. I due equipaggi si alternavano, coprendo un’intera giornata ciascuno. S’iniziava il servizio prima delle sette del mattino e si terminava quando il ministro rientrava definitivamente a casa la sera o la notte: mediamente oltre quindici ore di servizio giornaliero prestate a giorni alterni. Il capo equipaggio dell’altro turno fu chiamato perché lo avevano conosciuto, al Gabinetto del Ministro, in quanto incaricato delle indagini circa il furto di un’autovettura della Difesa. Tutto qua il livello di conoscenza che c’era tra gli uomini incaricati della scorta e gli uffici del Ministero. Il servizio di scorta per noi è davvero cominciato per caso. A metà marzo 1974 fu nominato ministro della difesa l’onorevole Andreotti ed io e i miei collaboratori continuammo a svolgere con lui il nostro servizio. Andreotti, quindi, non scelse la scorta, come si vuole far credere da taluni. La trovò già al Ministero della Difesa. Due brigadieri dei carabinieri e due carabinieri erano gli uomini che, durante il periodo del terrorismo, dovevano “salvare dai brigatisti” il ministro della difesa 365 giorni l’anno, senza sostituzioni e senza riposi settimanali. In pratica io mandavo in ferie il mio collega e svolgevo anche il suo servizio, lavorando anche 20 giorni consecutivi, per 15 ore al giorno. Questa cosa che tutti sapevano, non interessava nessuno. I mezzi messi a nostra disposizione furono per alcuni anni i seguenti: una Fiat 128 come mezzo di trasporto e la solita pistola Beretta calibro 9, modello 34 come armamento; non avemmo alcuna preparazione specifica. Nel momento in cui cominciammo a fare la scorta ad Andreotti avevamo già cambiato, bontà loro, l’auto Fiat 128 con un’Alfa Romeo Giulia, ma la pistola era sempre la Beretta modello 34. Detto questo, spiegato tutto.

14 marzo 78. Ricordi di una cena particolare.

Il 14 marzo 1978 cenai alla Camilluccia con gli uomini della scorta di Moro che, due giorni dopo, furono uccisi in via Fani. Vi si teneva una riunione per completare la lista dei sottosegretari del governo Andreotti che stava per presentarsi alle Camere. Parlammo, durante la cena, del servizio che svolgevamo e concludemmo che, in quelle condizioni, le BR sapevano dove, quando e come colpirci, mentre noi non sapevamo dove, quando e come saremmo stati colpiti. Nonostante il nostro impegno eravamo, ho pensato in seguito, come quelli della trasmissione televisiva “La corrida”: dilettanti allo sbaraglio. Nessuno ci copriva le spalle.

Quella sera con voi non c’era il Brigadiere Zizzi.

Zizzi non faceva ancora parte della scorta. Sostituì all'ultimo momento un appuntato calabrese al quale fu fatto un dispetto mandandolo in ferie non richieste. Questo gli salvò la vita e la fece perdere al povero Zizzi. Il 16 marzo 1978 eseguiva il suo primo servizio di scorta. È l’unico che non ho avuto il tempo di conoscere.

Dopo il sequestro Moro le BR scrissero “La sua scorta armata, composta da 5 agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata”.

Non eravamo uomini dei “famigerati Corpi Speciali”. Era scritto questo, nei comunicati, per far credere che le BR fossero tanto potenti da annientare addirittura uomini degli apparati speciali della sicurezza dello Stato. Era tutta propaganda e non mancavano le casse di risonanza: TV, radio e giornali, oltre a qualche politico.

In cosa consisteva il vostro addestramento?

Ho più volte pensato che ancora nel 1977, ma anche successivamente, c’erano strutture dello Stato che credevano che gli uomini delle scorte erano, in effetti, degli accompagnatori: ossia uomini non addetti alla sicurezza, per i quali non era necessario effettuare alcun addestramento al contrasto del terrorismo. Per intenderci, a me ed ai miei uomini nemmeno fu fatto addestramento al tiro in poligono fin quando non intervenne “Il Picconatore”, l’Italia deve moltissimo a questo galantuomo, il quale capì come eravamo ridotti e quante sciocchezze qualcuno gli aveva raccontato. Da rilevare che, comunque, in seguito all’intervento dell’allora ministro dell’interno Cossiga, facemmo meno di una decina di addestramenti al tiro fuori dell’orario di servizio presso il poligono di Castro Pretorio, ossia una struttura dell’allora Pubblica Sicurezza e non dei carabinieri.

Germano Maccari, il quarto uomo di Via Montalcini, dichiarò in Commissione Parlamentare che le BR rapirono Moro poiché Andreotti disponeva di un’auto blindata. Le BR disponevano di informazioni riservate?

Moro e Andreotti viaggiavano su normalissime auto di serie, checché ne dicano i terroristi, ai quali sarebbe utile domandare da dove vengono le notizie che hanno comunicato alla Commissione Parlamentare. Il presidente Moro viaggiava su di una Fiat 130/3200 che tutti hanno potuto vedere in via Fani, il presidente Andreotti su di un’Alfa Romeo, mi pare 2000 di cilindrata. Andreotti usò l’auto blindata solo dopo il sequestro Moro, e anche a noi della prima scorta fu finalmente consegnata un’auto blindata. Chiesi proprio io che al presidente fosse assegnata l’auto blindata, minacciando che altrimenti non avremmo più svolto il nostro servizio. Minacciai semplicemente che ci saremmo ammalati tutti insieme di ipertensione arteriosa. Bastò questo per ottenere le auto blindate. In seguito, visto che non era per me ammissibile che solo la prima scorta avesse un’auto blindata, mentre gli uomini della seconda scorta viaggiavano su una vettura di serie e visto che la cosa non interessava ad altri, feci portare la nostra auto blindata in riparazione, anche se funzionava bene. Chiesi, e ci fu fornita, una vettura blindata sostitutiva. Ritirammo l’auto “in riparazione”; non restituimmo più la sostitutiva. In questo modo riuscii a far avere un’auto blindata, come la nostra, anche alla seconda scorta. Non so chi potrà mai affermare che le BR possedevano informazioni riservate. A volte ancora mi viene qualche dubbio, ma non ho possibilità di avere alcun riscontro.

Perché allora scelsero di rapire Moro?

Credo che sia stato scelto come obiettivo il presidente Moro perché “abitava in periferia”, mentre il presidente Andreotti viveva nel centro storico di Roma e anche perché la scorta di Moro era composta, in totale, da 5 uomini con due autovetture, mentre la scorta di Andreotti era composta, su mia richiesta, dopo un episodio avvenuto il 20 gennaio del 1976, da 7 uomini, con tre autovetture. Non trascurerei neanche un altro particolare: il Presidente Andreotti viaggiava e viaggia sempre al fianco dell’autista e non al sedile posteriore perché soffre il mal d’auto. Difficilmente le BR avrebbero potuto sequestrare Andreotti senza fargli neanche un graffio, come hanno fatto con Moro.

Oreste Leonardi, caposcorta di Moro, le confidò mai timori? Le accennò alla necessità di un’auto blindata?

Non so indicare con precisione la data, ma in via della Missione, sede di tutti i gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, pochi giorni dopo l’emissione della prima moneta da 200 lire, emissione avvenuta nel 1977, ben prima dell’attentato, il maresciallo Oreste Leonardi mi fece leggere una lettera nella quale chiedeva l’auto blindata per il presidente Moro. Mi disse anche che aveva consegnato personalmente copia di quella lettera ad un suo superiore. In realtà mi disse con precisione a chi l’aveva consegnata ed entrambi lo conoscevamo bene… ma non ho possibilità di provare quello che dico, per cui rischierei una denuncia a fare quel nome, visto che si tratta di una persona ancora in vita… solo i pentiti della mafia posso parlare de relato… io sono un semplice carabiniere che non ha mai ucciso alcuno. Non sono questi timori palesati? Ricordo con precisione l’epoca del fatto perché Leonardi, nell’occasione, mi diede 4 monete da 200 lire che io non avevo ancora viste. È, conseguentemente, mia personale opinione, alla luce di quanto è accaduto, che la richiesta di Oreste Leonardi venne sottovalutata. Non voglio e non posso pensare altro.

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Nel 1980 lei interruppe il servizio di scorta.

Soffrivo di ipertensione arteriosa e il medico mi suggerì di allontanarmi da Roma e dalle scorte. Fui trasferito a Foligno, dove vivo tuttora. Purtroppo le cautele non sono bastate. Negli anni ho dovuto combattere con un infarto e un carcinoma polmonare. Ma in Umbria la Sanità funziona e io non ho perso la voglia di lottare.

Oltre 25 anni al servizio dello Stato. Quale il bilancio?

Se dovessi rinascere e fossi costretto a rifare il carabiniere, farei di tutto per essere impiegato in un magazzino vestiario militare: poche responsabilità e tanti amici. Forse, però, avrei vissuto meglio se fossi stato un delinquente. Oggi sarei più tutelato, basta vedere ciò che avviene da vari lustri in Italia. Abbiamo lavorato ininterrottamente, senza riposi, per decine e decine di giorni, per oltre 15 ore al giorno, senza nemmeno ricevere una lira di straordinario, che non era nemmeno contemplato. Abbiamo regalato per anni la nostra vita allo Stato. Per cosa? Rischiare la vita, com’è capitato alle varie scorte o perderla, come è avvenuto agli uomini assassinati in via Fani, non è servito a nulla. Tutti i brigatisti arrestati sono ormai fuori delle carceri da anni e vanno a tenere lezioni nelle Università. Di eventuali altri brigatisti non abbiamo mai saputo nulla. Dei fiancheggiatori delle BR si è parlato poco. Noi che siamo ancora vivi, invece, siamo additati come venduti ai politici scortati. Siamo, secondo molti, dei corrotti. La cosa più grave è che anche l’Arma dei Carabinieri sembra pensare questo delle scorte di allora. Gli uomini delle scorte, però, li hanno scelti loro, dal vertice. Non ci siamo scelti da soli: non facevamo parte di una milizia privata. Anche le vedove Leonardi e Ricci e gli altri familiari dei caduti in via Fani, si dicono abbandonati dalle Istituzioni. Si lamentano spesso di questo anche pubblicamente, in varie interviste. Questo è quello che abbiamo ricevuto in cambio per la nostra abnegazione. Per questo sarebbe stato meglio, per tutti noi, cercare di lavorare in un magazzino vestiario. Anche i magistrati di Palermo, quando mi hanno sentito sia alla D.I.A. di Roma sia durante il processo Andreotti a Palermo, hanno fatto intendere che io ed i miei collaboratori eravamo corrotti e venduti. Loro possono stritolare tutti: sono potenti e, per più d’uno, infallibili. Nessuno nell’occasione ci ha tutelati; anzi alcuni hanno messo, come si dice, il carico da 11: hanno rincarato la dose. Anche l’aver scritto due volte al Comando Generale dell’Arma, nel 1995 e nel 1997, non ha sortito alcun effetto. Non si sono degnati neanche di rispondere alle mie argomentazioni. Se fossero state bugie avrebbero potuto denunciarmi o querelarmi. Non lo hanno fatto. Ho forse sostenuto la verità? Fortunatamente io e i miei collaboratori siamo ancora vivi. Abbiamo potuto raccontare o stiamo raccontando ai nostri figli quanto c’è accaduto, mentre gli uomini di Moro non hanno potuto farlo.

Oggi lei è in pensione.

Io ormai non dipendo più da nessuno. L’unico “comandante” che ho è il mio primo e, per ora, unico nipotino di 20 mesi. Per questo posso, in privato, a casa mia, mandare tutti quelli che per anni ci hanno fatto soffrire… a quel paese. Sono convinto che hanno lo stesso mio atteggiamento anche i collaboratori che ho avuto tra il 1970 e il 1980: dieci anni di inutili sacrifici e privazioni che ci sono stati ripagati con gli epiteti di corrotti e venduti. Grazie Italia!


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